lunedì 31 dicembre 2012

Passiamo l'ultimo con Mises

di Damiano Mondini

L'elaborazione teorica delle dottrine e dei programmi deve essere rigorosa, coerente ed esente da contraddizioni. Se però non si riesce a convincere la maggioranza a realizzare pienamente il proprio programma, bisogna accontentarsi di ciò che si può ottenere nelle condizioni oggettive in cui ci si muove.Ho sempre criticato la middle-of-the-road-policy di tutte le varianti dell’interventismo, e credo di aver mostrato che esse finiscono inevitabilmente per sfociare nel socialismo vero e proprio. Ma questo non mi ha impedito di capire benissimo che i rapporti di potere politici possono costringere anche un convinto e coerente difensore del liberalismo a venire a patti temporaneamente con certe misure interventistiche (per esempio, i dazi doganali). Di regola bisogna accontentarsi di scegliere il male minore
Ludwig von Mises, lettera ad Alfred Müller-Armarck, 14 novembre 1961

domenica 30 dicembre 2012

L'ultimatum di Barack


Barack Obama a ruota libera: «Un piano equilibrato che protegga la classe media, tagli le spese in maniera responsabile e chieda ai più ricchi di pagare un po’ di più: questa è la cosa giusta per la nostra economia»*. Se tutto andrà a catafascio, la colpa sarà dei repubblicani: questo il messaggio sotteso. Dato che la spesa pubblica non si può tagliare, l'élite democratica ha pensato bene di seguire l'alto esempio di Hollande, il Krusciov di Rouen. Viva la grande madre Amerika.

*Fonte: http://www.blogtaormina.it/2012/12/30/fiscal-cliff-obama-lancia-lultimatum/140965

venerdì 28 dicembre 2012

2014: la Catalogna intravede l'indipendenza

di Paolo Amighetti

Dallo scorso 19 dicembre, in Catalogna è lecito sognare l'indipendenza. Niente più provocazioni o fantapolitica: raggiunto il «patto di sovranità» tra CiU e Esquerra tutto è possibile. Nella fattispecie, è possibile che la classe politica catalana lavori d'amore e d'accordo per indire un referendum nel 2014.
Che si profila come un annus mirabilis per scozzesi e catalani, anche se molte analisi lasciano intuire che i primi, in larga misura tax-consumers, preferiranno all'indipendenza la comoda redistribuzione inglese. A prescindere dal risultato dei referenda, comunque, in Europa si prenderà atto di un grosso evento: e cioè che a decidere dello status politico di intere aree saranno i cittadini che vi vivono e lavorano, la cui libera scelta le caste governative dovranno rispettare. In attesa di questa rivoluzione, diamo un'occhiata alla situazione catalana per come si presenta oggi.
Da un lato, il «patto di sovranità» ha scalzato dal dibattito politico lo scontro tra destra e sinistra, privilegiando quello tra centro e periferia; che l'iniziativa sia bipartisan testimonia quanto sia ampio il consenso attorno alle tesi indipendentiste. L'intera classe politica catalana è stata costretta a prenderne atto, e a lasciarsi coinvolgere dall'entusiasmo popolare. Dall'altro, a Madrid le forze politiche nazionali sembrano aver siglato un patto silenzioso e nemmeno tanto segreto per ostacolare la Catalogna: nessuno ha interesse a lasciarsi sfuggire il motore dell'economia, l'area più produttiva del Paese, la Lombardia del Mediterraneo.

giovedì 27 dicembre 2012

Gramsci e Turati, due idee di sinistra

di Damiano Mondini

Non credo di poter essere sospettabile di simpatie a sinistra. La cultura della gauche, socialista o comunista che sia, mi è quanto mai estranea, senza che la cosa mi turbi eccessivamente. Nondimeno, anche considerando la naturale antipatia che da liberale provo dinnanzi a questo universo culturale e politico, ritengo sia di fondamentale importanza studiarne i caratteri. A mio avviso, infatti, conoscere il nemico, col suo habitus mentale e la sua forma mentis, è indispensabile per rispondere efficacemente alle sue obiezioni, nonché per rendere evidenti i limiti e le mistificazioni intrinseci alla sua speculazione. Il pensiero socialista ci stimola inoltre a tornare sempre con spirito critico sulle nostre convinzioni liberali, anche solo per corroborarne adeguatamente le fondamenta. Infine, non è da escludersi a priori che i modelli pedagogici degli avversari non possano rivelarsi utili, quando declinati in un’ottica politica differente. Vado ad illustrare ciò che intendo.





martedì 25 dicembre 2012

Un Natale libertario

di Damiano Mondini


Ricordo ancora con tenerezza la lettera che il fanciullo che è in me aveva inviato a Babbo Natale lo scorso anno. Col senno di poi, mancava sia di realismo che di slancio poetico, ma il bello del Natale è a mio avviso quello di trascendere le quotidiane catene che avvolgono la nostra mente; esso ci permette di far volare in pensiero oltre le barriere della realtà quotidiana, ma d’altro canto ci consente pure di sognare cose che altri giudicherebbero banali, dando sfogo ai nostri più profondi desideri, se lo vogliamo. Insomma, il Santo Natale ci rende possibile, almeno nell’onirico vaniloquio, lasciare da parte le regole della pragmatica e della metrica, per far dominare null’altro che le nostre più intime aspirazioni.

lunedì 24 dicembre 2012

La ricerca della felicità

di Luigi Angotzi*


L'istinto dell'uomo, che è stato definito come un animale sociale, è intrinseco alla sua natura ed egli viene indirizzato da questo come una guida che gli suggerisce le decisioni da intraprendere. Tra gli istinti più importanti, se non il più importante essendo la summa di molti altri, c’è l’istinto alla felicità o per meglio dire alla sua ricerca, un cammino [1] interiore che durerà per tutta la vita, e che non smetterà mai di essere percorso. Una ricerca che può essere descritta come un cibo che alimenta l’uomo tenendolo in vita dalla tenera età fino alla vecchiaia e di cui non sarà mai sazio.

Non starò qui però a fare una lista di definizioni su cosa sia la felicità o di come attraverso diverse strade la si possa raggiungere: ognuno è libero di percorrere ogni sentiero, e sono piuttosto la riduzione o la mancanza di libertà che ne ostacolano il cammino ed il raggiungimento finale.

domenica 23 dicembre 2012

The Liberty Bell: cento!

di Paolo Amighetti

Tra la rava e la fava, siamo arrivati all'articolo numero 100. Il cuore del nostro minuscolo blog batte al ritmo di un «pezzo» al giorno: spesso, però, impegni e imprevisti ci obbligano a sospendere le pubblicazioni per riprenderle dopo qualche giorno di stop. Tutto sommato, va bene così.
The Road to Liberty non riempie le nostre giornate: segue la sua vocazione di modesto punto di incontro tra i liberali e libertari più giovani, e non gli si può chiedere di più. Se ne occupa in tutta tranquillità una piccola, laboriosa redazione, che può contare sugli interventi di alcuni collaboratori esterni: il blog, snello e nervoso, resta di sana e robusta Costituzione. Più sana di quella di Benigni, perlomeno.
Negli ultimi mesi abbiamo proseguito a passo sostenuto il cammino iniziato nel settembre di quest'anno: possiamo guardarci alle spalle con un po' di soddisfazione? Soltanto i lettori e i commentatori hanno l'ultima parola: indubbiamente. Ma azzardando un giudizio, dico: ragazzi, ne abbiamo fatta di strada. In centotredici giorni di vita, abbiamo sfornato un centinaio di pezzi; quasi un articolo al giorno. Una bella fatica.
Al di là dei numeri c'è un progresso costante: piano piano, articolo dopo articolo, link dopo link, ci siamo fatti largo nel marasma del web alla ricerca di una nicchia, e ci pare di averla trovata. La nostra pagina Facebook ha più di un centinaio di fan. Molti dei nostri articoli vengono pescati e «rilanciati» dai guru del libertarismo italiano. La redazione collabora con siti di tutto rispetto come La Critica, Diritto di Voto, Movimento Libertario, LibertariaNation, Ludwig von Mises Italia. Pochi giorni fa siamo sbarcati pure su Twitter, desiderosi di ampliare il nostro pubblico e farci conoscere ancora di più. Lentamente, insomma, ci stiamo espandendo in visibilità; speriamo di soddisfare le aspettative dei lettori, giustamente esigenti. Fiduciosi di superare anche quest'impresa, ringraziamo coloro che ci seguono; e auguriamo loro buon Natale e un sereno 2013. Equitalia permettendo.

sabato 22 dicembre 2012

[The Quarrel] Cronaca di un disastro annunciato

di Tommaso Cabrini




Certamente pesa l’effetto dell’efficienza energetica e di un parziale spostamento delle fonti energetiche verso le cosiddette “energie green” ed il metano.

D'altra parte, però, bisogna considerare che negli anni ’60 avvenne il boom economico, quindi cominciarono i grandi consumi di energia elettrica per alimentare l’industria in sviluppo e ci fu l’avvento della motorizzazione di massa, con le famiglie che acquistarono in massa Vespe, Lambrette, 500 e, soprattutto, 600.

Non bisogna dimenticare che siamo una società fondata sul petrolio (si fa tanto parlare di nuove forme energetiche non fossili, ma nessuna fin’ora ha scalzato il vecchio oro nero per economicità e praticità) di conseguenza l'indice dei consumi mette in chiara evidenza l'andamento REALE delle nostre economie.

Le cause di questo calo dei consumi sono ovvie: la crisi economica in atto (che colpisce le famiglie, sia con la diminuzione delle entrate, che con l'aumento delle uscite sotto forma di tasse), si risparmia dove si può, e visti gli enormi aumenti delle accise sui carburanti c’è molto da risparmiare.

venerdì 21 dicembre 2012

Un giorno alla scuola di Stato

di Damiano Mondini

Una lunga assenza per impegni scolastici potrebbe anche dirsi giustificata, nel caso in cui la materia di specie si rivelasse interessante e degna d’essere approfondita. D’altra parte, le premesse v’erano tutte, trattandosi di quella Storia contemporanea la cui conoscenza approfondita considero un imperativo categorico. Nondimeno, va considerata altresì un’ulteriore e non indifferente variabile nella nostra analisi, ovverossia che abbiamo a che fare – ahimè inesorabilmente – con la scuola pubblica italiana. Un sostantivo nobile e due aggettivi macabri che anticipano pienamente la misura di quanto sto per raccontarvi. Non ho intenzione di soffermarmi sul tenore del corso, sull’attendibilità dei manuali o su altri dettagli peraltro sostanziali: me ne manca il tempo, oltre che la forza d’animo. Vorrei limitarmi a riflettere sull’ultima lezione, affidata dal docente in carica ad un collaboratore esterno, presentato all’uditorio come “esperto di globalizzazione”, che risponde al nome di Ferruccio Capelli – o Fessuccio, come direbbe Guglielmo Giannini. Costui è autore di un pamphlet edito da Mimesis e intitolato Indignarsi è giusto. In effetti, com’è mestamente prevedibile, si tratta di una riflessione sulle mobilitazioni di massa del 2011, dalla “primavera araba” agli indignados in Spagna, passando per “Occupy Wall Street” negli Stati Uniti.

giovedì 20 dicembre 2012

[The Quarrel] Perché the Quarrel?

di Tommaso Cabrini

Mi sembrava carino dare una breve spiegazione del nome della rubrica, dopo aver rimandato più volte eccovi qua qualche riga sul perché.



Quarrel in italiano significa quadrello che altro non è che la freccia della balestra.
Perché questo nome? Innanzitutto la balestra fu il meccanismo, per allora molto avanzato, che aiutò il comuni a liberarsi del giogo imperiale. Relativamente più facile da usare dell’arco, era un’arma del popolo. Arma che secondo la leggenda venne usata anche da Guglielmo Tell per uccidere il balivo imperiale, dando il via alla rivolta ed alla costituzione della Confederazione Svizzera.
Il quadrello, inoltre, è assai diverso dalla freccia, è corto, molto pesante e molto potente, esattamente come vuole essere questa rubrica. Infine il quadrello deve il suo nome al fatto di avere una punta con quattro lati, il che provocava ferite difficili da rimarginare.

martedì 18 dicembre 2012

Lettera al governo: Fermate le armi!



di Miki Biasi 


Caro governo,

“noi tutti” ci siamo qui riuniti per farvi una richiesta: dovete impedire, una volta per tutte, l’uso delle armi ai privati cittadini.

Siamo stufi di rivedere sempre le stesse scene.

Non meritiamo di svolgere il nostro mestiere con la tranquillità che dovrebbe essere tipica di ogni lavoro?
Pensate: proprio quando siamo vicinissimi alla raccolta dei frutti del nostro lavoro, questi privati cittadini ci puntano le loro armi contro, trattenendo così i prodotti della nostra attività.
Quindi ribadiamo: è davvero necessario lavorare con l’ansia di essere sparati in qualunque momento?

Per questi motivi, Governo, vi chiediamo di intervenire! E dovete farlo subito! Per il nostro bene.


venerdì 14 dicembre 2012

La filantropia del profitto


Di Stephen J. Dubner e Steven D. Levitt (traduzione e premessa di Tommaso Cabrini)


Da studenti (non pretendiamo di essere denominati nemmeno studiosi) di economia austriaca non ci interessa studiare con grandi formule matematiche l’economia nel suo complesso, azione che non si rivelerebbe altro che una pretesa di conoscenza.
Per questo mi è sembrato interessante proporre un articolo, scritto dagli autori dei libri Freakonomics e SuperFreakonomics, che studia l’azione umana, riducendo al minimo le presunzioni e focalizzandosi sulle scelte dei singoli individui. Con questo pezzo non si intende fare nulla di più che uno spaccato di un settore molto particolare, il no profit.
Naturalmente, come è loro solito, Dubner e Levitt non approcciano in modo tradizionale e banale il problema ma osservano come i metodi tradizionali non si rivelino sempre i migliori.
In particolare in questo articolo viene mostrata l’importanza della concorrenza come motore di sviluppo dell’innovazione. Tramite la concorrenza si possono non solo sviluppare modi diversi per approcciare ad un problema ma anche avere risposte su quali modalità risultino più efficienti e più efficaci.
Altro tema importante sono gli incentivi: le persone rispondono agli incentivi ed agiscono di conseguenza, se gli stimoli che si offrono sono sbagliati o mal calibrati i frutti non arriveranno, oppure saranno risultati opposti a quelli voluti.
Il concetto più importante però compare perfino nel titolo; il profitto, viene ripetuto in Italia, è una cosa quasi sempre negativa, che non porta alcun bene alla società nel suo complesso, al massimo (come sostiene anche la costituzione) può essere distruttivo del “utilità sociale”. Ora tramite lo scritto di Levitt e Dubner il profitto assume una valenza totalmente diversa, la sua vera valenza, cioè di incentivo ad agire e di conferma di raggiungimento dei risultati prefissati.
Naturalmente parliamo di esempi rigorosamente privati, qui il profitto privato è l’incentivo ad agire filantropicamente, in concorrenza con altre organizzazioni che si pongono gli stessi fini ma con mezzi e strutture differenti, dove l’utile (la bottom-line del titolo originale) rappresenta chi ha successo nel raggiungere gli scopi.
In futuro ho intenzione di proporre altre traduzioni degli stessi autori, spero quindi risulti interessante quanto presentato oggi.

giovedì 13 dicembre 2012

[The Quarrel] A volte ritornano

di Tommaso Cabrini

Circa un anno fa Berlusconi ed il suo governo crollavano davanti al disastro più totale.
La maggioranza s’era sfaldata con litigi da assemblea condominiale, nel bilancio pubblico si aprivano voragini sempre più ampie ed i mercati bocciavano il Paese con uno spread galoppante (e tralasciamo gli altri nani e le ballerine). Idee per fronteggiare il disastro: nessuna.
Non restava altro da fare che salire mestamente il colle, cospargersi il capo di cenere e inginocchiarsi davanti a Re Giorgio.

Da quel momento Mr B. si è ritirato dalla vita politica, ha ridotto gli interventi al minimo se non a zero, sembravano ormai gli ultimi giorni di un dittatore sudamericano, nessuno vede più il generalissimo di turno e corre voce che questi sia morto nei modi più fantasiosi.
Tutti parlavano di fine del “berlusconismo”, morte della seconda repubblica, avanti il nuovo, avanti il tecnico bocconiano Mario Monti. Doveva essere una breve transizione, con annesse riforme e salvataggio del Paese, però il nuovo s’è rivelato stantio, la transizione brevissima, le riforme e il salvataggio non sono pervenuti.

mercoledì 12 dicembre 2012

Il consiglio di Pascal ai liberali: siate Bastiat!

di Miki Biasi


Sono parecchi i motivi che impediscono la diffusione del  liberalismo tra la gente. Oggi, ne discutiamo solo uno. Trattasi di un motivo che troppo spesso sottovalutiamo, forse per il suo carattere, per così dire, metodologico.

Mi riferisco al modo di esporre  agli altri e in pubblico le teorie liberali e libertarie.

La scena che si ripropone su forum, blog e video è solitamente la seguente.
Ci sono un liberale e un non-liberale che discutono su un qualsivoglia argomento. Cosa fa solitamente il primo per convincere il secondo ad assumere posizioni liberali sull’argomento in questione?
Tiene (congiuntamente o alternativamente) 2 comportamenti:
1) comincia a dargli del socialista, comunista, nazi fascista e cosi via, aggiungendo che non apprezza le potenzialità della proprietà privata e della libertà;
2)comincia a parlare di diritto naturale e dell’assoluta inviolabilità delle libertà individuali.

Credete che il liberale riuscirà nel suo intento, almeno nell’ 1% dei casi?

martedì 11 dicembre 2012

La secessione è un diritto?


Di David Gordon (traduzione di Tommaso Cabrini)
Grant sconfisse Lee, la Confederazione si sbriciolò, e l’idea di secessione scomparve per sempre, o perlomeno questo è quanto l’opinione comune dice. La secessione non è storicamente irrilevante, semmai, al contrario, l’argomento è parte integrante del liberalismo classico. Anzi, il diritto di secessione deriva a sua volta dai diritti difesi dal liberalismo classico. Come persino gli alunni di Macaulay sanno, il liberalismo classico inizia con il principio di auto-proprietà: ognuno è proprietario del proprio corpo. Inoltre, secondo i liberali classici, da Locke a Rothbard, esiste il diritto di appropriarsi della “cosa di nessuno”.
In questa visione lo Stato occupa un ruolo rigorosamente secondario, questi esiste solamente per proteggere i diritti che gli individui possiedono indipendentemente da esso, e non rappresenta la fonte di tali diritti. Come scrive la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti: “per assicurare tali diritti [alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità], sono stati istituiti tra gli uomini gli stati, derivando i loro legittimi poteri dal consenso dei governati."
Ma cos’ha tutto questo a che fare con la secessione? La connessione è ovvia: se lo Stato non protegge i diritti degli individui allora gli individui possono interrompere la loro fedeltà verso lo Stato, ed una forma che questa interruzione può prendere è la secessione: un gruppo è in grado di rinunciare alla lealtà verso il proprio Stato e formarne uno nuovo. (Non si tratta, ovviamente, dell’unica forma possibile: una fazione può rovesciare il governo invece di ripudiare la sua autorità su di essi.)

sabato 8 dicembre 2012

Rothbard e la guerra (parte seconda)

di Paolo Amighetti


A prima vista, la posizione libertaria sulla guerra sembra coincidere con quella di un pacifista irriducibile. Le cose sono un po' diverse. Rothbard crede che una «guerra giusta» esista: quella che contrappone gli oppressi all'oppressore, i cittadini all'arroganza del potere.
Il filosofo newyorkese difende il diritto di resistenza fino alle sue estreme conseguenze, quando afferma che «una guerriglia rivoluzionaria può essere più coerente con i principi libertari di qualsiasi guerra tra Stati.»1
Come mai? È presto detto: «Dal momento che i guerriglieri per ottenere la vittoria hanno bisogno del sostegno dei civili, essi debbono, come parte essenziale della loro strategia, salvaguardare la popolazione da qualsiasi violenza e organizzare le loro azioni in modo da colpire solamente l'apparato dello Stato e le sue forze armate. Di conseguenza, la guerriglia possiede l'antica e onorata virtù di bersagliare solo il nemico, risparmiando i civili innocenti.»2
Nel reprimere queste forme di resistenza, lo Stato non può evitare di aggredire sia gli innocenti che gli insorti, dal momento che ogni movimento rivoluzionario di una qualche efficacia è sostenuto spesso da una buona parte della popolazione. «Esso [lo Stato] conta soprattutto su campagne di terrorismo di massa: uccidendo, minacciando e sequestrando i civili.» 3

venerdì 7 dicembre 2012

Rothbard e la guerra (parte prima)

di Paolo Amighetti

La riflessione di Rothbard sulla guerra evolve da due precise premesse.



1) Dato che essa comporta un omicidio di massa, è necessario limitarla perlomeno agli eserciti in lotta, evitando il coinvolgimento dei civili. Rothbard fa riferimento al vecchio diritto internazionale e alle «leggi di guerra», il cui fine era tutelare i diritti dei cittadini.
«Il principio fondamentale di questo codice era che le ostilità tra popoli civili si dovessero limitare alle forze armate effettivamente impegnate... Esso individuava una distinzione tra combattenti e non combattenti, stabilendo che l'unico compito dei combattenti fosse quello di combattersi gli uni con gli altri e che i non combattenti dovessero essere esclusi dall'ambito delle operazioni militari.»1
Gli Stati moderni conducono abitualmente guerre totali considerandosi in lotta non con l'esercito, ma con l'intero popolo «nemico». Da quando poi l'industria ha iniziato a sostenere massicciamente lo sforzo bellico, produzione e combattimento sono diventate due facce della stessa medaglia: tutti si è in guerra, operai nelle fabbriche e soldati al fronte. L'operaio, infatti, produce il fucile e i proiettili che il fante scaricherà sul nemico. La propaganda americana durante la seconda guerra mondiale era molto esplicita: «Ferma questo mostro [la Germania e il Giappone, n.d.A] che non si ferma dinanzi a nulla. Produci il più possibile. Questa è la tua guerra!». I governi colgono due piccioni con una fava: tengono in costante fibrillazione il «fronte interno» agitando lo spauracchio dell'invasore, e spingono i militari a farsi pochi scrupoli per la sorte dei civili del paese nemico.

giovedì 6 dicembre 2012

Sant'Agostino e lo Stato, «nato dal sangue»

di Andrea Fenocchio*
La Chiesa Cattolica, tallonata e minacciata dal marxismo che ormai dominava nella cultura occidentale, si era decisa a portare una ventata di novità con il Concilio Ecumenico Vaticano II. Conseguentemente un padre della Chiesa come sant'Agostino, col suo pessimismo e con la sua «scomoda» visione della religiosità, finì in soffitta. Per parlare della «scomodità» di sant'Agostino un libro non basterebbe e probabilmente nemmeno un'enciclopedia. Ci limiteremo perciò ad alcune considerazioni generali.
Sant'Agostino, innanzitutto, non credeva nella bontà dell'uomo: a causa del peccato originale siamo tutti dannati e solo l'intervento della grazia di Dio può determinare la nostra salvezza. Possiamo comportarci rettamente, fare la carità e andare a messa per le feste comandate, ma se Dio non ci redime con la sua grazia noi siamo tutti pronti per l'inferno. Da questa visione deriva la sua concezione politica illustrata nella Città di Dio («De civitate Dei»).

mercoledì 5 dicembre 2012

Un «Sì» che ci fa male

di Michele Andreoletti*
È proprio vero che a volte sono le parole più semplici, quelle che sembrano più innocue, quelle che usiamo tutti i giorni a nascondere i più orrendi misfatti, a generare le conseguenze più gravi. E purtroppo molte, troppe volte queste parole si pronunciano con una noncuranza e ingenuità che definire criminale è sinceramente un eufemismo. E così, anche un semplicissimo «sì» può diventare qualcosa di mostruoso. Esattamente come il sì pronunciato appena pochi giorni fa, davanti all'assemblea generale delle Nazioni Unite, da 138 dei 193 paesi membri che hanno riconosciuto ufficialmente la Palestina come stato, facendola entrare nel consorzio internazionale.
La cosa che lascia tuttavia maggiormente disorientati non è tanto che il parere favorevole alla risoluzione ONU sia stato dato da paesi, come quelli facenti parte del blocco arabo, che certamente non sono mai stati grandi estimatori di Israele; sorprende piuttosto che abbiano dato il nulla osta anche degli alleati storici dello stato ebraico, tra cui gran parte dei paesi UE come Francia, Spagna, e in particolare l'Italia, in netto contrasto con Usa, Regno Unito e Germania. Che questo «sì» sia stato un errore strategico madornale commesso dalle nazioni occidentali è abbastanza facile da dimostrare. L'entrata della Palestina nell'ONU avrà a medio e lungo termine non solo una funzione pro-palestinese, ma anche e sopratutto un effetto anti-israeliano.

martedì 4 dicembre 2012

L'alba della stessa era

di Damiano Mondini
La vittoria di Pierluigi Bersani era tutto sommato prevedibile, anche se certamente non ci si aspettava un risultato così inequivocabile: il 60,8% degli elettori del centrosinistra ha convenuto di affidarsi all’ “usato sicuro”, mentre soltanto uno sconsolante 39,2% ha tentato di deviare verso nuovi orizzonti. Nuovi, si fa per dire: si è già avuta occasione di rilevare quanto poco credibile fosse la scelta fra due alternative tanto distanti nella forma quanto simili nella sostanza. Ed è quest’ultima che conta, che fa la differenza, che determina l’apprezzabilità o meno di un soggetto politico. Matteo Renzi è stato – o è, se preferite non azzardare ancora giudizi terminali sulla sua parabola – senza dubbio un ottimo contenitore, l’utile packaging mediante cui veicolare idee e propositi variegati e più o meno condivisibili. Al di là dei propositi utopistici, era quanto di più moderno e rinfrescante potesse emergere dalle fila stantie del Partito Democratico; l’opzione più liberista che potesse fornire uno schieramento storicamente orientato su posizioni stataliste, welfariste o keynesiane che dir si voglia – sia detto per inciso, non si tratta certo di sinonimi, ma il disordine lessicale dei progressive ci consente di confonderli senza tema alcuna. Non è per coerente e ponderato appoggio alle sue svariate proposte che numerosi libertari – repetita iuvant, me compreso – hanno scelto di appoggiarlo tanto al primo quanto a ragion veduta al secondo turno delle primarie.

lunedì 3 dicembre 2012

Curva di Laffer: campana del socialismo

di Tommaso Cabrini




La Curva di Laffer (da Arthur Laffer, il suo creatore) è una famosissima parabola che lega tra loro il gettito fiscale e l’aliquota applicata alla popolazione.
La funzione ad aliquota 0%, chiaramente, è a livello zero, così come ad una tassazione del 100%: nessuno infatti si darebbe da fare per produrre reddito se questo gli fosse interamente sottratto.
L’idea è molto semplice, all’aumentare dell’aliquota aumenta il gettito, ma marginalmente sempre più lentamente, poiché nuove imposte deprimono l’economia, finchè al punto t* raggiunge il massimo, dopodiché l’effetto scoraggiante sorpassa l’effetto dell’aumento di aliquota e il gettito decresce.
Chiariamo un punto, la Curva di Laffer prende in considerazione solamente l’effetto deprimente sull’economia e non un grande convitato della tassazione: l’evasione fiscale. Tale variabile potrebbe (ed in effetti lo fa, come da recenti studi) modificare la forma della curva.
Tutto molto semplice, geniale ed intuitivo, tant’è che, si dice, Laffer la spiegò a Reagan durante un pranzo disegnando la curva su un tovagliolino di carta e nessun politico ebbe problemi a capirla.

Ma questa teoria lascia numerosi dubbi.

domenica 2 dicembre 2012

The Liberty Bell: 31 giorni dopo...

di Paolo Amighetti

Da noi, qualche tempo fa, la nebbia era piuttosto fitta. Ma altrove si intravedeva già qualche raggio di sole. In Catalogna, per esempio, c'erano in ballo le elezioni: facile prevedere come sarebbe andata a finire, sulla scorta di quanto era appena successo nei Paesi Baschi. Mi unii al coro dei pronostici che davano gli indipendentisti per vincitori: non sbagliai, ma che in Catalogna la «febbre di libertà» aumenti di mese in mese lo sanno anche i politici romani. Ora che in Generalitat dominano i secessionisti (occupano 87 seggi su 135), bisogna che venga approvato ed indetto, questo referendum per l'indipendenza. La palla potrà così passare al parlamento madrileno, e poi a sua maestà Juan Carlos. La strada è lunghissima, più impervia di quanto si possa credere pensando alle belle immagini della manifestazione di Barcellona. Ma la direzione è quella giusta.

Il mese scorso si discuteva anche della situazione in Veneto, delle solite beghe dei venetisti, delle mosse future di Diritto di Voto. Mi chiedevo cosa sarebbe successo, ed in breve è andata così: il 28 novembre il consiglio regionale ha discusso e approvato la «risoluzione 44» proposta da Indipendenza Veneta, che spiana la strada ad un percorso legale perché i veneti decidano, di fatto, del loro futuro. Un piccolo grande passo che alcuni hanno giudicato sovversivo ed altri troppo timido. Insomma, sembra abbia scontentato proprio tutti. Che molti politici avrebbero fatto spallucce era scontato.

sabato 1 dicembre 2012

[The Quarrel] NON COERENTE

di Tommaso Cabrini

Le esternazioni di Befera (nostrana versione dello Sceriffo di Nottingham) in merito al risultato delle prove effettuate col cosiddetto redditest che evidenzierebbero il 20% dei contribuenti come “non coerente” lasciano parecchi dubbi.
Innanzitutto uno strumento che rileva il 20% delle famiglie come sospette che utilità può mai avere? Parliamo di più di quattro milioni di famiglie, come può essere possibile controllarle tutte? O anche controllarne solo una quota significativa. Per assurdo se il redditometro avesse rivelato come non coerente il 100% delle famiglie avrebbe individuato tutti gli evasori, ma che utilità avrebbe? Assolutamente nessuna.

Quindi a che pro fare questi annunci roboanti, stile proclama imperiale con tanto di banditori e tamburini?

venerdì 30 novembre 2012

PD, il partito disgraziato

di Damiano Mondini

Domenica scorsa, il 25 novembre 2012, si è svolto il primo turno delle primarie del centrosinistra, aventi come scopo l’elezione “dal basso” – espressione dolce e suggestiva – del futuro candidato alla Presidenza del Consiglio. Non si è trattato di un trionfo della democrazia - come hanno sostenuto persino i vertici del partito "liberale" FID -, di un rigurgito di sovranità popolare o di un reflusso del populismo e dell’antipolitica, bensì dell’ennesima finzione di cui lo Stato si serve per illudere i propri sudditi di avere un qualche ruolo nell’amministrazione della res publica. Risulta difficile credere che i 4 milioni di persone in fila ai gazebo del Partito Democratico & friends fossero davvero convinti di agire per il Bene Comune, o anche soltanto di essere in procinto di fare qualcosa di costruttivo per le sorti dell'Italia. Abbiamo assistito nel medesimo frangente al parossismo dell’ipocrisia e della banalità, e forse perché mai come in questa democrazia l’inganno è all’ordine del giorno. Il risultato era prevedibile e finanche scontato: il segretario del PD Pierluigi Bersani e il sindaco di Firenze Matteo Renzi hanno superato a pieni voti – se mi concedete la burla - il primo step e si accingono ad accedere al ballottaggio; trombati invece il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, l'insignificante Laura Puppato e l’outsider Bruno Tabacci. Il confronto finale non verterà su due visioni affatto diverse della politica, ma su differenti prospettive intorno ad un’unica certezza, paludata per il centrosinistra: lo Stato al centro, l’individuo in periferia e la Libertà oltre i confini.

giovedì 29 novembre 2012

In lode della scuola pubblica

di Miki Biasi 


In un periodo in cui il governo italico sta infliggendo  duri e selvaggi colpi alla scuola pubblica, ho sentito come doveroso difendere questa sacra istituzione, frutto del progresso dell’umanità democratica.

Tutti noi siamo a conoscenza di quali siano i grandiosi benefici apportati dalla scuola pubblica ai popoli che l’hanno adottata, preservata e migliorata.
Di fronte a tali evidenze, il nostro governo ha deciso di chiudere gli occhi. Il suo intento è sottile: far dimenticare a noi tutti quale sia l’essenza della scuola pubblica e quali siano i benefici effetti di una tale istituzione.

Questo modo di fare, del nostro governo, non deve intimorirci.

Credo che solo qualche metafora possa aiutarci a comprendere l’importante funzione svolta dalla scuola pubblica.

lunedì 26 novembre 2012

Catalogna: vince l'indipendenza, perde Mas

di Paolo Amighetti

In Catalogna è terminato lo scrutinio delle urne: ha inizio il valzer delle ipotesi, delle congetture, dei calcoli. Il Corriere della Sera parla di «tracollo» degli indipendentisti. La parola è un po' troppo forte: se infatti Convergència i Uniò ha perso dodici seggi, i separatisti di sinistra dell'Esquerra Republicana ne hanno guadagnati undici in più rispetto alle ultime elezioni; i comunisti catalani e gli ecologisti favorevoli all'indipendenza, tre di più rispetto al 2010. Sulla carta, esiste dunque una maggioranza soberanista: il catalanismo ha conquistato ottantasette seggi sui 135 disponibili, anche se i rimanenti quarantotto rimangono in pugno a socialisti, democristiani e Ciutadans.

domenica 25 novembre 2012

Bon cop de falç, Catalunya!

di Paolo Amighetti

«Catalunya, triomfant, tornarà a ser rica i plena!» («Catalogna, trionfante, tornerà ad essere ricca e grande!») intona l'inno catalano. La speranza, in queste ore, è molta, perché il gran giorno è arrivato. In Catalogna si vota, e stavolta destra e sinistra c'entrano poco. Chi vuole la Catalogna libera ed indipendente, infatti, voterà Artur Mas, che punta alla rielezione per indire al più presto un referendum separatista; gli altri daranno il loro voto alla Spagna, cioè alla conservazione dello Stato unitario.
Dopo la grande manifestazione di Barcellona, a cui hanno partecipato un milione e mezzo di catalani, tutti si sono resi conto dell'importanza della questione catalana. Le ragioni del partito di Mas, Convergencia i Uniò, sono quelle di sempre: «La Catalogna trasferisce soldi, ma non ha capacità di porre condizioni»; «la Catalogna è la Germania della Spagna, ma senza aver potere».

sabato 24 novembre 2012

L'addio di Ron Paul al Congresso

Traduzione di Alessio Cuozzo*


Addio al Congresso
Questa potrebbe benissimo essere l'ultima volta che parlo dal seggio della Camera. Alla fine dell'anno lascerò il Congresso dopo averlo servito per 23 anni lungo un periodo complessivo di 36. I miei obiettivi nel 1976 erano gli stessi di oggi: promuovere pace e prosperità attraverso una stretta aderenza ai principi della libertà individuale.

La mia opinione era che la politica che gli Stati Uniti avevano intrapreso nella seconda parte del ventesimo secolo ci avrebbe portato ad un'enorme crisi finanziaria e ci avrebbe avvolto in una politica estera che ci avrebbe esteso eccessivamente, ponendo in pericolo la nostra sicurezza nazionale. Per raggiungere i traguardi che desideravo, il governo avrebbe dovuto restringersi in grandezza ed obiettivi, riducendo la spesa, cambiando la politica monetaria e rifiutando gli insostenibili costi che portano con sè il voler essere i poliziotti del mondo e il voler espandere l'Impero americano.

I problemi sembravano immensi ed impossibili da risolvere, nonostante dal mio punto di vista, il solo rispetto dei vincoli al governo federale inseriti nella Costituzione sarebbe stato un buon modo per cominciare.


giovedì 22 novembre 2012

Libero mercato: lavorare “meno” per avere sempre “di più”!

di Miki Biasi

Il motto del titolo è uno di quelli che, di rado, si sente pronunciare a sostegno di un sistema di libero scambio basato sulla proprietà privata.
Infatti, pare che se le risorse fossero a disposizione di tutti (maledetta proprietà privata!), magicamente, ognuno si vedrebbe recapitare a casa propria i beni di cui ha bisogno (i beni che desidera).
Bellissimo, d’accordo. Ma come dovrebbe avvenire tutto ciò?
A sentire alcuni, ciascuno dovrebbe produrre per sè ciò che gli serve, avendo ormai a disposizione tutto il necessario; a sentire altri, dovrebbero sorgere piccole comunità locali in grado di produrre direttamente quanto i propri componenti desiderano; a sentire altri ancora, un governo democraticamente eletto dovrebbe adoperarsi per produrre ciò di cui ciascun cittadino necessita.

Benissimo! Cosa aspettiamo ad entrare in questo fantastico mondo? Viva la rivoluzione contro i capitalisti sfruttatori di manodopera! Abbasso la proprietà privata! nota 1
Ok..ehm..si..un momento..un po’ di calma, cari rivoluzionari. Proviamo a guardare oltre la superficie del sistema che più disprezzate.

mercoledì 21 novembre 2012

Roversi: «Né di destra, né di sinistra. Siamo dalla parte dei lombardi»


In Veneto il tema dell'indipendenza è ormai all'ordine del giorno. Altrove, tutto è ancora molto confuso: la Lombardia, che pure deve pagare quasi per tutti, non sembra capace di convertire il suo disagio in una rivendicazione di autogoverno. Molti secessionisti non si decidono a scendere dal Carroccio perché danno fiducia a Maroni, o piuttosto perché convinti che ad Alberto da Giussano non ci sia alternativa. Sbagliano: c'è Pro Lombardia Indipendenza. Il movimento, nato nel settembre 2011, si propone di tenere alta la bandiera di san Giorgio, nella speranza di ammainare presto il tricolore. Ho fatto due chiacchiere con il portavoce Giovanni Roversi: l'intervista è riportata qui sotto. Postilla: mentre scrivo, il consigliere comunale di Pro Lombardia Giulio Mattu ha presentato a Roncadelle una mozione a sostegno dell'indipendenza catalana. Mattu incita il suo Comune a «attivarsi in tutte le sedi» per favorire il dialogo tra le istituzioni spagnole e catalane. La scelta di dare una mano ai popoli in cerca dell'indipendenza è eloquente: dimostra che gli uomini di Pro Lombardia non assistono inerti al cambiamento, ma cercano di esserne i protagonisti.    

Amighetti: Cominciamo con una precisazione: voi non siete leghisti. Però parole come «indipendenza» e «secessione» le abbiamo già sentite una volta, e nonostante i proclami e le dichiarazioni tutto si è risolto in una carnevalata sul Po. Perché i lombardi dopo una cantonata simile dovrebbero dare fiducia al vostro movimento, Pro Lombardia Indipendenza?
Roversi: Il partito citato si è detto portatore di molte, troppe istanze, ma nei fatti non concludendone nemmeno una. Siamo consci di questi fallimenti e delusioni, ma il messaggio che veicoliamo è troppo importante per fermarsi. Una delle nostre proposte è quella di far partecipare direttamente la popolazione per le decisioni che riguardano il proprio futuro, e non c’è nessuno in grado di fare gli interessi dei lombardi come loro stessi.



domenica 18 novembre 2012

Teheran contro Israele: «Serve azione di rappresaglia»

di Paolo Amighetti

In Medio Oriente tira una brutta aria, oggi più che mai. All'eterna faida arabo-israeliana, infatti si sovrappongono in questi mesi l'instabilità politica dei Paesi del Magreb e le ambizioni espansionistiche di Teheran. Tra Hamas e Israele lo scontro prosegue e aumenta di intensità, come prova la brusca interruzione, pochi giorni fa, della tregua proposta da Gerusalemme. I raid su Gaza si susseguono ai lanci di missili sulle città israeliane: e non sono da escludere operazioni terrestri.
Più in generale, l'equilibrio delle forze in campo sembra mutato, a tutto danno di Israele: Mubarak, da sempre filo-occidentale, è stato spazzato via dalla «primavera araba» che ha dato voce e forza a molte organizzazioni islamiste come i Fratelli Musulmani (da una cui costola nacque Hamas).

venerdì 16 novembre 2012

Razzi su Tel Aviv

di Paolo Amighetti
Sibilano missili nel cielo di Tel Aviv. Partono da Gaza, e a lanciarli è Hamas. Le agenzie di stampa di tutto il mondo seguono il susseguirsi degli eventi: la «tregua» indetta in occasione della visita del premier egiziano in Israele è dunque sfumata. Come al solito, è difficile ricostruire gli eventi e individuare chi attacca e chi si difende: il caso di oggi è solo un pezzo del complicatissimo puzzle arabo-israeliano, nel quale è difficile raccapezzarsi. Pare, comunque, che Israele abbia risposto agli attacchi a Beer Sheva e Ashqelon con dei raid su Gaza; e che Hamas abbia deciso di ripagare Tel Aviv della stessa moneta. Se il 14 si parlava di «venti di guerra» oggi si sa che Israele ha mobilitato 16000 riservisti, tra fanti e unità del genio.

giovedì 15 novembre 2012

L'Europa che (non) ci piace

di Damiano Mondini

Il futuro e la soluzione si chiamano Europa.
Pierluigi Bersani

Mi ripropongo in questo breve scritto di avanzare alcune lapidarie riflessioni sull’Europa e su quanto le gravita attorno. Sulla scorta delle riflessioni dell’economista spagnolo di Scuola Austriaca Jesùs Huerta de Soto è possibile affermare due verità apparentemente contrastanti: da una parte, l’Euro pare configurarsi come la più concreta approssimazione allo standard aureo che gli austriaci si ripropongono di raggiungere come situazione ottimale; dall’altra, la gestione della politica monetaria dell’Eurozona da parte della Banca Centrale Europea e l’amministrazione burocratica dell’Unione rappresentano senz’altro un pericoloso ostacolo al risanamento dell’economia e al progredire della libertà. Insomma, risulta estremamente difficile dare un giudizio conclusivo e chiaro pro o contro l’Europa, la moneta unica e l’integrazione. Da un lato infatti si pongono gli europeisti più convinti, gli sbandieratori del “sogno” di un continente unito sotto il profilo economico e politico, “una preziosa eredità da lasciare alle future generazioni”; dall’altro, parimenti deprecabile è la tesi degli oppositori dell’Euro che vagheggiano di un ritorno alla sovranità monetaria degli Stati, ai quali venga concessa la possibilità di “uscire dalla crisi” stampando autonomamente moneta senza riserva alcuna.

mercoledì 14 novembre 2012

Fisco: occhio alle spie!

di Andrea Fenocchio*

Qualche giorno addietro nei giornali si poteva leggere una notizia che non esiterei a definire folle: si parlava della possibilità di istituire un numero verde al quale i cittadini dovrebbero denunziare, anche in forma anonima, qualsiasi episodio di evasione fiscale, dal magnate dell'industria che dichiara al fisco cinque euro di reddito annuo al droghiere che non emette lo scontrino per un etto di prosciutto venduto. Inutile dire che questo episodio si inscrive in un contesto di criminalizzazione dell'evasore che ha come scopo precipuo quello di distogliere l'attenzione dal vero problema, ovverosia la ragione per cui il tasso di evasione è così elevato. In Italia il numero di evasori è così elevato anche e soprattutto perché la tassazione è esagerata e come una mitologica Idra uccide l'economia. Da un lato, abbiamo una serie di imprenditori che non riescono a fare il loro mestiere, e cioè intrapresa secondo le regole del mercato, che possono piacere o meno ma che sono ineludibili, e dall'altra una serie di consumatori che si vedono drasticamente ridotto il potere d'acquisto.

martedì 13 novembre 2012

Diritto di Voto, breve resoconto di sabato 10

di Tommaso Cabrini



Brescia, 10 novembre 2012: i volenterosi di Diritto di Voto si sono riuniti presso la cascina Maggia. L’obiettivo dell’assemblea era molto pratico: trovare modalità per rendere in futuro possibile l’espressione della volontà popolare su numerosi temi di importanza cruciale.
Sebbene si sia accennato a tematiche come referendum fiscali o sui matrimoni omosessuali, ci si è concentrati sulla possibilità di lasciare decidere alla popolazione i confini entro i quali vivere.
L’attenzione del dibattito, infatti, è stata attratta principalmente dalla Catalunya che chiede di potersi esprimere democraticamente in merito al continuum dell’unione con la Spagna.
L’assemblea, solidale con la richiesta catalana, ha deciso di dare il via all'impostazione del sito multilingue FreeCatalonia, con l’obiettivo di renderlo un punto di incontro e discussione internazionale sull’argomento, inoltre, sempre con la mente rivolta alla Catalunya, è stata stilata una bozza di mozione di solidarietà da proporre ai vari consigli regionali, provinciali e comunali.

domenica 11 novembre 2012

L'Italia si spaccherà. Grazie (anche) a Mameli

di Paolo Amighetti

L'inno di Mameli sarà inserito nei programmi scolastici. Gli studenti si avvicineranno così alle sue note e impareranno chi era questo Mameli, cosa ha fatto in vita sua e perché ci ricordiamo di lui solamente per l'attacco famoso: «Fratelli d'Italia, l'Italia s'è desta...». La speranza, ovviamente, è che maturino il giudizio musicale più immediato, e cioè che è tra gli inni più brutti del mondo; che capiscano, come diceva Montanelli, che Scipio in verità si chiamava Scipione ed era un pezzaccio di imperialista, una sorta di Rodolfo Graziani dell'antichità; che strillare «stringiamoci a corte» non ha alcun senso, e che semmai quel pezzo suonerebbe «stringiamci a coorte», con esplicito collegamento alle divisioni romane, che laddove facevano il deserto lo chiamavano pace; e infine che gli insegnanti si spingano fino alla quarta strofa, dove si trovano riferimenti, udite udite, alla Lega Lombarda («dall'Alpe a Sicilia, ovunque è Legnano»), o all'ultima prima del ritornello, carica di invettive truculente agli austriaci che bevono il sangue italiano come i russi quello dei polacchi. Apologia di crimini di guerra, immagini degne di un film horror, mistificazioni storiche: tutto questo verrà condensato per decreto in lezioni apposite, così da far sbocciare nel cuore dei fanciulli l'amore per la patria. Roba da fascismo, come titola L'Indipendenza.

sabato 10 novembre 2012

America? Una mezza sconfitta

di Damiano Mondini
Dalle 2 di notte, ora italiana, del 7 novembre è parso chiaro a chiunque avesse gli occhi per vedere:  la presidenza del democratico Barack Obama sarebbe durata altri quattro anni – four more years, come recita lo slogan spopolato sui social networks. La vittoria sul candidato repubblicano Mitt Romney si è rivelata schiacciante contro ogni previsione, e non v’è motivo di credere che la maggioranza dell’Elefantino alla Camera potrà seriamente cambiare le carte in tavola. Gli Stati Uniti d’America hanno voluto dare un messaggio chiaro, apparentemente difficile da fraintendere, ma che darà senz’altro adito a differenti interpretazioni. Al netto degli entusiasmi infantili sollevati dal risultato nei media italiani, il voto deve essere letto più come una sconfitta dell’accoppiata repubblicana Romney-Ryan che non come una vittoria del duo democratico Obama-Biden.

venerdì 9 novembre 2012

[Recensione] Le tasse sono una cosa bellissima (così ci dicono…)

di Tommaso Cabrini


Quando ho letto che sarebbe tornato in scena lo spettacolo più libertario d’Italia ho deciso che avrei dovuto assolutamente vederlo e, dopo una veloce consultazione telefonica con un gruppo di amici, ho prenotato i biglietti.
Raggiunta Milano ci si muove verso Teatro della Memoria (zona Sempione), scomodissimo da raggiungere con i mezzi pubblici e disagevole al parcheggio, tant’è che arriviamo con colpevole ritardo e ci accomodiamo appena prima dell’inizio della rappresentazione.

giovedì 8 novembre 2012

Pensieri ferroviari sulle libertà civili

di Miki Biasi

Il treno è uno di quei mezzi di trasporto che lascia un po’ di tempo per riflettere: non sempre i miei pensieri arrivano a un punto fermo (solitamente, sul più bello, sento l’annuncio di arrivo a destinazione), ma questa mattina qualcosa (pur se banale) sono riuscito a concludere. Pensavo a quella bella storiella che si legge e sente un po’ dovunque: i liberali e i progressisti (c.d. liberal), nel campo delle libertà civili (matrimonio omosessuale, liberalizzazione delle droghe, libertà di associazione, religione ecc), hanno gli stessi obiettivi e quindi dovrebbero agire insieme per raggiungerli.

La premessa di questa storiella è la famosa distinzione tra libertà civili e libertà economica. Se con le prime (le libertà civili) ci riferiamo agli esempi fatti al paragrafo precedente, con la seconda (la libertà economica) ci riferiamo alla “libertà di scegliere quali fini perseguire con i mezzi di cui si è proprietari, sopportando, in prima persona, i costi della propria scelta”.

mercoledì 7 novembre 2012

Spazio ai privati!

di Tommaso Cabrini

Inizialmente la conquista dello Spazio era appannaggio statale. Il primo razzo ad andare nello Spazio fu un V2 modificato, costruito dalla Germania nazista e lanciato dagli Stati Uniti. Alla corsa allo Spazio si è aggiunta l’Unione Sovietica che ha lanciato il primo satellite artificiale, lo Sputnik, e il primo uomo, Yurij Gagarin.
Nel 1969 gli Stati Uniti sbarcarono sulla Luna, dopodiché fu un continuo lancio di satelliti spia, stazioni spaziali e Space Shuttle. Il comune denominatore era uno soltanto, tutto era gestito da agenzie pubbliche.
Ma oggi racconterò una storia diversa da quella delle agenzie americane o del programma spaziale sovietico: tutto cominciò nel luglio del 1962 quando da Cape Canaveral partì un razzo della NASA con un carico molto particolare, si chiamava Telstar ed era il primo satellite privato lanciato nello Spazio.

martedì 6 novembre 2012

L'assemblea dei volenterosi di Diritto di Voto


Sabato 10 novembre, l'associazione Diritto di Voto organizza in quel di Brescia un nuovo appuntamento: è l'«assemblea dei volonterosi».
Gli epicentri del subbuglio europeo li conosciamo: sono Venezia e Barcellona. Devono avere la possibilità di decidere del proprio futuro.
Cosa fare per dar loro una mano, e come farlo in concreto? Su questo si cercherà di fare il punto. Il raduno si terrà in via della Maggia 3, presso la Cascina Maggia.

lunedì 5 novembre 2012

Paul Ryan, il vice di Romney

di Luca Fusari (pubblicato su Radicalweb)

Paul Ryan: Il “riformatore” del sistema
Paul Davis Ryan è nato nel 1970 a Janesville, in Wisconsin da una famiglia di origini irlandesi;  quartogenito di Paul e Betty Ryan,  da generazioni i Ryan si occupano della costruzione di strade e oggi la Ryan Inc, fondata nel 1884 dal bisnonno, è una società affermata a livello nazionale.
A differenza di Romney, non ha mai fatto mistero sulla sua ricchezza personale che si aggira fra i 927mila e i 3,2 milioni di dollari.
Paul Ryan e la moglie Janna hanno pagato il 20% di tasse nel 2011 e il 15,9% nel 2010, pari a 64.764 dollari in tasse federali, su un reddito lordo di 323.416 dollari; nel 2010, 34.233 dollari su 215.417 dollari dichiarati secondo quanto risulta dalle dichiarazioni dei redditi pubblicate sul sito della campagna elettorale del Grand Old Party.


domenica 4 novembre 2012

Lombardi, che fare?

di Paolo Amighetti

All'epoca di Twitter e Facebook, idee e notizie fanno il giro del mondo in pochi secondi; a maggior ragione, nel piccolo mondo coraggioso dell'indipendentismo basta un articolo per accendere vivi dibattiti. In queste ore si sta discutendo attorno alla proposta di Paolo Luca Bernardini apparsa recentemente su L'Indipendenza: che i movimenti separatisti lombardi, come Pro Lombardia Indipendenza e Domà Nunch, formino compatti un cartello, «Indipendenza Lombarda», che prema per il referendum sui confini. La modalità sarebbe quella già sperimentata dai veneti: il raccoglimento di un numero adeguato di firme, da consegnare al presidente della regione perché il Pirellone prenda atto della questione dell'indipendenza.

sabato 3 novembre 2012

Quando c'era lui... caro lei!

di Paolo Amighetti

Lo scorso 28 ottobre, alcuni nostalgici del duce si sono dati convegno a Predappio per celebrare il novantesimo anniversario della marcia su Roma. Una lugubre carnevalata, niente di più: camicie nere, fez, saluti romani e stendardi al vento. Reso omaggio al fondatore dell'impero, i fascisti hanno fatto fagotto per tornarsene a casa. Potevano impiegare meglio il loro tempo, d'accordo: ma come giustificare l'accanimento degli «oltranzisti» della Costituzione, secondo i quali la polizia avrebbe fatto bene a disperdere i convenuti? La loro colpa sarebbe l'apologia di fascismo, che l'ordinamento italiano considera reato.
In effetti, nel 1948, all'indomani della guerra mondiale e della guerra civile, i costituenti si adoperarono al fine di prevenire qualsiasi resurrezione del movimento mussoliniano: vietarono così la ricostituzione del disciolto partito fascista e confezionarono il reato di «apologia del fascismo». Siamo alle solite: un muro di carta impedisce agli individui l'esercizio dei diritti naturali.

venerdì 2 novembre 2012

Catastrofi naturali e responsabilità individuale



di Miki Biasi

Tutti rimaniamo impressionati dai disastri che sono capaci di generare le forze della natura. Alcuni, addirittura, arrivano a sostenere che se l’uomo fosse rimasto al suo posto, se non avesse manipolato la natura (la quale, in questa visione, gli si ritorce contro), insomma, se l’uomo non si fosse incamminato lungo la strada di quella che è stata chiamatà “civiltà occidentale”, non ci sarebbero stati questi disastri.
Tuttavia, come sappiamo, se l’uomo ha manipolato la natura, lo ha fatto anche con il precipuo motivo di difendersi da alcune sue manifestazioni che (egli stesso, l’uomo) percepiva come dannose: ha costruito case per difendersi dalle intemperie e dal gelo, argini contro la furia di fiumi in piena, sotterranei contro alcuni eventi atmosferici, case antisismiche, sistemi di prevenzione degli incendi e delle frane ecc. Insomma la natura, per certi aspetti, è sempre stata un problema, non lo è mica diventato ad un certo punto.

Liberalismo: una bozza di riflessione

di Damiano Mondini

Confucio sosteneva che, quando le parole perdono il proprio significato, allora il popolo perde la propria libertà. Mai frase fu più azzeccata: la revisione orwelliana del linguaggio – culminata nell’elaborazione di una vera e propria neolingua – ha colpito e sfigurato alcuni dei termini cardine della dignità dell’uomo. Pietre angolari della civiltà come “libertà”, “giustizia”, “legge”, “uguaglianza”, “diritto” e “società” sono state stravolte e violentate fino a divenire l’ombra di se stesse. La giustapposizione dell’aggettivo “sociale” ha senz'altro contribuito ad aggravare il dramma: è così che sono nati lo “Stato sociale” e la “giustizia sociale”, due fra le più melliflue perversioni del bispensiero contemporaneo. Lo stupro linguistico più grave, tuttavia, ha riguardato i sistemi di idee che si pongono come baluardo della libertà e del rispetto del prossimo: la trasfigurazione del “liberalismo” è un caso paradigmatico. Col medesimo epiteto di “liberale” – o con l’equivalente anglosassone liberal - possono infatti essere indicati gli economisti John Maynard Keynes e Friedrich von Hayek, i Presidenti americani Thomas Jefferson  e Barack Obama, i pensatori politici John Rawls e Murray N. Rothbard. A nulla vale sottolineare che Keynes - che pure rispondeva affermativamente al quesito Am I a liberal? - fu interventista, statalista e filo-totalitario, mentre Hayek sostenne il mercato, la libera intrapresa economica e la democrazia liberale; è inutile rilevare che Jefferson fu un bastione della libertà e della proprietà individuale, mentre Obama ha in animo di subordinare il privato alla magnificenza del pubblico e del governo federale; sarebbe parimenti vano obiettare che Rawls fu un socialista annacquato, quando Rothbard incarnò la più pura radicalità libertaria e anti-socialista. Il parossismo viene raggiunto dai manuali di Storia, che si ostinano a parlare di “Italia liberale” per indicare il governo italiano negli anni 1861-1922.